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Stefano Micelli: in Italia i makers facciano una rivoluzione culturale

stefano micelli ITQuando cerchi di capire come nasce un movimento come quello dei makers non puoi parlarne solo in termini di una questione geografica, né campanilistica. È vero che FabLab e stampanti 3D arrivano dagli Stati Uniti, ma Arduino – per esempio – è nato in Italia. Abbiamo provato ad andare oltre l’apparenza parlando con Stefano Micelli, docente di International Management all’Università Ca’ Foscari di Venezia e membro del comitato scientifico di Maker Faire Rome.

Micelli è autore di Futuro Artigiano, il libro edito da Marisilio Editori che esplora le trasformazioni del sistema industriale italiano. Un suo articolo, pubblicato il 29 maggio su CheFuturo!, dal titolo “La terza rivoluzione industriale ha bisogno di una nuova generazione di artigiani” ha innescato una bella discussione sul Web. Gli abbiamo chiesto di catturare un’istantanea della manifattura digitale nel nostro Paese.

I makers in Italia hanno un futuro?

“Il mio ruolo in Maker Faire Rome è quello di trovare un punto di collegamento forte tra l’esperienza italiana e quella americana. È ovvio che non ci stiamo limitando ad affrontare un problema di localizzazione: si tratta di tradurre qualche termine gergale o trovare il modo migliore per comunicare i makers americani. La sfida è un’altra. La scommessa consiste nel dimostrare che il modello industriale italiano può contribuire ad arricchire il dibattito internazionale. È una sfida ambiziosa, ma possibile. L’Italia ha costruito un modello industriale molto simile a quello che ci viene presentato da figure di spicco del movimento dei Makers prima di tanti altri Paesi”.

A quale modello si riferisce?

“Spesso la nostra industria non nasce da impianti di ricerca e sviluppo finanziati da grandi imprese, ma da un tessuto costruito sulla cultura del saper fare. È la trasformazione dell’artigiano in un imprenditore che spesso si propone a un mercato internazionale. Possiamo dire la nostra perché questa storia l’abbiamo già conosciuta e sperimentata. Alcune delle nostre eccellenze riguardano le macchine utensili e i robot. Il nostro vantaggio competitivo è legato ancora oggi alla nostra capacità di adattamento e di personalizzazione. Il nostro modello di innovazione ha molto a che fare con la sperimentazione continua ed con il dialogo con gli utilizzatori finali”.

Si può mettere insieme tradizione e innovazione tecnologica? Può indicarci qualche caso concreto?

“In molti settori del Made in Italy abbiamo introdotto tecnologie innovative senza fare troppa pubblicità. Il digitale è già entrato nei nostri processi senza troppo clamore. Di recente un celebre produttore di vino, Angelo Gaja, ha raccontato a un’aula universitaria come ha rivoluzionato i suoi vigneti usando sensori e microtelecamere. Non è vero che i produttori di vino siano rimasti con le mani in mano. Hanno saputo mettere strumenti e tecnologie al servizio di un grande progetto culturale. La telecamera di per sé non rappresenta un valore fondamentale. Ci vuole una storia dietro. E noi per fortuna in Italia abbiamo tanti Angelo Gaja”.

Nonostante tutto, i makers italiani hanno pochi contatti con le Università.

“È vero, da noi c’è un problema di dialogo tra università e il mondo della ricerca. Abbiamo enormemente dibattuto in questi anni sulle cosiddette riforme, ma non siamo riusciti a trasformare il rapporto tra impresa e università. È vero che negli Stati Uniti il primo FabLab è nato in una Università, ma ciò non toglie che esista una cultura maker che prescinde dall’Accademia e fa da sé. In Italia non c’è un rapporto forte con università, me esiste un legame solido con le istituzioni culturali. Molti dei FabLab nati in Italia hanno a che fare con istituzioni culturali, siano essi musei o biblioteche. Non si tratta di realtà abbandonate”.

In definitiva, cosa manca all’Italia dei makers?

“Non si tratta di cambiare la tecnologia. Il collegamento tra digitale e manifatturiero c’è già. Ciò che manca, invece, è la cultura del racconto, della condivisione e dell’altruismo. Sono elementi che rappresentano la caratteristiche originali dei prodotti manifatturieri, ma purtroppo siamo stati a lungo ossessionati dai segreti professionali. Oggi credo che sia più compito delle nuove generazioni contaminare questo tessuto industriale e innestare il virus del cambiamento. E dedicare tempo agli altri, a chi ne sa di meno. Deve essere un meccanismo inclusivo che dichiari le proprie premesse culturali. Non è una rivoluzione tecnologica in senso stretto. È una rivoluzione culturale”.

Come sarà Maker Faire Rome?

“Farò di tutto affinché chi visiterà la Maker Faire si faccia un’idea del contributo che Italia ed Europa possono dare a questo movimento. Ci sono tanti giovanissimi che interpretano la realtà in modo interessante, altri meno giovani con percorsi altrettanto importanti alle spalle. La mia sensazione è che sarà un’occasione per costruire un dialogo che non sia un semplice esercizio di assorbimento. Vogliamo evitare l’effetto franchising e costruire qualcosa con gli americani, affinché apprezzino la qualità delle nostre esperienze. Nessuno spirito rivendicativo, non stiamo difendendo una bandierina. Noi vogliamo arricchire il dialogo e scoprire insieme nuove strade”.

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