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Perché la pistola stampata in 3D è stata bloccata

liberator
Con le stampanti 3D puoi creare di tutto. Ma a questa libertà c’è un limite. Ed è un limite che può fare la differenza, soprattutto quando si tratta di armi. Succede tutto negli Stati Uniti, dove il
Secondo emendamento della Costituzione garantisce ai cittadini il diritto di imbracciare le armi da fuoco. Ma cosa succede se i progetti di una pistola di plastica fanno il giro del mondo attraverso Internet e finiscono nelle mani sbagliate?

La faccenda diventa complicata. L’arma in questione si chiama Liberator, e la rivista Forbes è andata a scovare i suoi inventori ad Austin, Texas. Loro sono un gruppo di giovani che ha dato vita a Defense Distributed, un’associazione che sostiene il “Wiki Weapon Project” e la stampa 3D libera per le armi da fuoco.

Liberator è una pistola composta da 16 parti in plastica che può sparare un solo proeittile da 7,62 millimentri alla volta. Ad ogni colpo l’arma va ricaricata manualmente, ma il suo funzionamento non è ancora del tutto perfetto. Infatti, quando spara proiettili più potenti l’arma può ancora incepparsi o esplodere.

Come accade anche per gli altri maker, gli ideatori di Liberator sono passati attraverso una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Indiegogo per finanziare Wiki Weapon. La raccolta di denaro è stata però annullata nell’agosto 2012 dai gestori del servizio, contrari all’idea di supportare le armi da fuoco. Nonostate la battuta d’arresto, le prove sul campo sono andate avanti, come ha spiegato a Wired, il founder 25enne Cody Wilson.

“Abbiamo usato tra i 60 e i 70 diversi tipi di molle. Non tutte di design differenti, piuttosto il frutto di prove ed errori. Abbiamo cannibalizzato una molla da un giocattolo condiviso su Thingiverse: una macchinina a molla”.

Così, il 5 maggio 2013 il progetto CAD della Liberator è stato diffuso online per essere scaricato liberamente. Dopo pochi giorni – e circa 100mila download, a detta degli ideatori – il file è stato bloccato e rimosso dai gestori in seguito all’intervento del Dipartimento di Stato.

Secondo il Commodity Jurisdiction la Liberator è un’arma non ancora schedata. Cioè, prima di poter essere diffusa, deve affrontare un procedimento di valutazione da parte del Dipartimento di Stato. A far scattare il divieto è stato, in particolare, il fatto che la pistola possa essere realizzata da chiunque disponga di una stampante 3D.

In questo caso, la libertà dei maker può essere dannosa. Defense Distributed è dotata di una regolare licenza per produrre armi negli USA senza esportarle, tant’è che il modello originale di Liberator prevede un inserto di metallo e un numero di serie che rende l’arma rintracciabile. Ma il CAD diffuso dai texani può essere modificato cancellando l’identificativo e rimpiazzando il metallo con normale plastica. E può fare il giro del mondo con un clic.

La storia non finisce qui. Il blog di Defense Distributed riporta la lettera con cui il Dipartimento di Stato ha sospeso la diffusione dei file della Liberator e di altri accessori bellici. Non si tratta di un divieto assoluto, ma di un blocco momentaneo durante il quale Wilson e il suo team dovranno dimostrare che la pistola stampata in 3D è conforme alla legge statunitense.

In Europa, invece, sono in vigore leggi più restrittive: per rendervene conto date un’occhiata al portale GunPolicy. Se qualcuno stampasse una Liberator in uno stato europeo, probabilmente non se la caverebbe compilando un semplice modulo d’ufficio.

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