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Eddie Kirkby: costruiamo 30 FabLab per cambiare il Regno Unito

FabLab Manchester
Esiste un luogo dove puoi costruire (quasi) qualunque cosa. In realtà, di posti così ne esistono molti. Uno di questi è il FabLab Manchester, nato nel marzo 2010 sul modello dei laboratori di fabbricazione (FabLab appunto) inaugurati da Neil Gershenfeld presso il MIT.

Fino ad oggi nei laboratori di Manchester si sono incontrati circa 7000 utenti, che hanno dato vita a grandi e piccole idee. Abbiamo chiesto qualcosa di più ad Eddie Kirkby, Charity & Operations support manager presso il Manufacturing Institute di Manchester e ospite dell’incontro Atoms, Bits & People del 24 maggio a Roma.

Eddie ha seguito il progetto del FabLab Manchester a partire dal 2009, quando il Manufacturing Institute ha deciso di portare il modello di Gershenfeld oltreoceano e contaminare anche l’Inghilterra con la cultura dei makers. Ma è vero che non si tratta solo di bit e atomi?

“Non sono i macchinari a rendere i FabLab unici. Piuttosto, sono le persone ed il network di cui fanno parte. Con un po’ di aiuto, chiunque può imparare ad usare gli strumenti e creare qualcosa. Ecco perché l’accesso libero alla struttura è fondamentale e rende i FabLab diversi dai laboratori universitari e quelli privati. Senza contare che l’idea alla base di tutto è che non sempre le persone più brillanti lavorano nelle grandi istituzioni”.

Al centro di tutto ci sono le persone e l’idea che chiunque sia un maker, anche senza saperlo. Come si fa a mantenere fede a una missione così ambiziosa?

“Il nostro primo obiettivo è quello di coivolgere una community sempre più estesa sul tema della manifattura digitale. È semplice: le persone devono poter costruire le proprie cose e divertirsi facendolo. Quello di Manchester è il primo FabLab mai realizzato nel Regno Unito e, fin da subito, si è distinto per il suo focus sulla sostenibilità economica. Per sopravvivere, un FabLab deve coprire i propri costi e bilanciare la sua missione divulgativa garantendo l’open access al pubblico. Nel nostro caso, il venerdì e il sabato sono sempre giorni liberi: chiunque può venire da noi per imparare e fare qualcosa. In più, noi gli offriamo una breve introduzione sui macchinari e sulle norme di sicurezza”.

Quando non si tratta di open days, il FabLab di Manchester presta servizi e assistenza a piccole aziende e inventori che pagano per accedere alle infrastrutture. Che altro offrite?

“Oltre ai business workshop organizziamo anche laboratori per le scuole. Il settore education rappresenta il 70% delle nostre attività, tra le quali spicca la Fab Academy, un programma internazionale unico al mondo. Dice molto sul modello di insegnamento che adottiamo qui: il ‘just in time learning’. Piuttosto che insegnare i fondamenti di una materia per quattro anni consecutivi, andiamo dritti al nocciolo del problema. Hai un problema? Noi ti insegnamo quello che ti serve per risolverlo. Un giorno può capitarti di voler costruire un GPS, e allora noi ti forniamo la conoscenza necessaria, passo dopo passo”.

Non esistono più dei Leonardo Da Vinci che sanno tutto su tutto. C’è il rischio, invece, di scoprire di sapere troppo poco?

“A dire il vero, in questo modo la conoscenza resta impressa nelle persone. Perché hanno modo di applicarla attivamente. Ma non si tratta solo di fornire nozioni e consigli: qui diamo anche gli strumenti per andare in cerca di nuove soluzioni e fonti di sapere. Per assurdo, le attività portate avanti in un FabLab richiedono persone che abbiano almeno cinque o sei diversi tipi di qualifiche differenti. Una individuo preso da solo, per quanto esperto e formato in percorsi accademici non potrebbe comunque farcela. La conoscenza va costruita”.

Come vi immaginate il vostro futuro?

“Qui nel Regno Unito abbiamo 7 FabLab, e speriamo diventino 15 per il prossimo anno. L’obiettivo ambizioso è quello di far crescere il movimento e fondare 30 FabLab nel Regno Unito nell’arco dei prossimi cinque anni. Per sviluppare queste capacità creative dobbiamo continuare a far crescere il network di persone che ruota intorno a tutti noi. Con una rete di 30 realtà negli UK, 80 in Europa e 160 in tutto il resto del mondo potremmo smuovere un grande potenziale. E innescare grandi cambiamenti nella nostra società”.

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