Home / Eventi / Che cosa hanno detto i Makers alla Casa Bianca

Che cosa hanno detto i Makers alla Casa Bianca

Negli Stati Uniti i Makers vanno presi sul serio. Il governo sa che si tratta di un movimento in grado di rivoluzionare i settori chiave del Paese (educazione, produzione ed innovazione) e perciò li segue da vicino. Dato che vale la pena scambiare quattro parole sul tema, Tom Kalil – innovation advisor di Obama – ha pensato bene di invitare alcuni dei migliori esponenti del DIY in un hangout pubblico su Google.

Sì, una videochat in diretta con la Casa Bianca. È stato un incontro informale per capire come rivoluzionare il settore manifatturiero degli USA e coltivare i talenti creativi del futuro. Il punto è che anche per una superpotenza economica come gli Stati Uniti vale il detto: “non importa chi sei, perché molte delle persone più brillanti al mondo lavorano per qualcun altro”. Tornando all’hangout, ecco chi c’era e cosa è stato detto.

Saul Griffith ha dato il suo contributo visionario raccontando le idee concrete in fase di sviluppo a Otherlab. È il suo laboratorio di R&D e si occupa di piattaforme web, robotica e strumenti per democratizzare l’accesso al movimento dei makers. Per Griffith il movimento dei Makers è diventato più accessibile soprattutto grazie al continuo ribasso dei prezzi dei computer: se un decennio fa servivano 2000 dollari per avere la giusta potenza di calcolo, ora ne bastano poche centinaia. Ma a dare la spinta definitiva è stato l’ecosistema di servizi come Kickstarter, Shapeways e O-Desk che supporta gli utenti ad ogni passo del processo creativo.

A confermarlo c’era Tara Tiger Brown, co-founder del LA Makerspace. Si tratta di uno spazio per makers nato dal basso come ambiente “family friendly”. Un’officina aperta dove le famiglie possono incontrarsi e condividere strumenti e know-how. Tutto è iniziato grazie ai primi corsi per imparare a programmare e alle campagne di crowdfunding. Ora c’è un network in crescita che vuole condividere le sue risorse anche con scuole, biblioteche e musei.

Un’altra testimone era Sylvia, la giovane maker di 11 anni che tre anni fa ha dato il via a uno show DIY di grande successo su YouTube. C’era anche suo padre, che ha detto di aver fatto appassionare sua figlia all’universo dei makers all’età di 6 anni. L’idea di tenerla lontano da Arduino e stampa 3D gli sembrava assurda. Risultato: durante l’hangout Sylvia ha mostrato la sua macchina per realizzare acquerelli, utilizzata in quel momento per disegnare il logo della Casa Bianca.

Sul lato business ha parlato Venkatesh Prasad, technical leader della Ford. Ha portato l’esempio di Tech Shop, gli spazi creativi sparsi per gli Stati Uniti dove è possibile mettere alla prova la propria creatività. È un punto di riferimento per tutti coloro che vogliono iniziare a sporcarsi le mani e non sanno dove trovare gli strumenti giusti. Sottoscrivendo un abbonamento mensile è possibile avere accesso a macchine, strumenti, materiali e knw-how per realizzare qualsiasi cosa in stile DIY.

Alla discussione ha partecipato anche Dale Dougherty, fondatore di Make Magazine. Secondo lui, essere un maker vuol dire tante cose: c’è chi associa questa idea all’elettronica DIY, chi alla stampa 3D e chi, molto semplicemente, all’artigianato o alla produzione di cibo fatto in casa. In sostanza, è un modo per essere produttori e non semplici consumatori. Rovesciare di paradigma è facile: Dougherty ha fatto l’esempio dei bambini che durante le Maker Faire chiedono meravigliati come si fa a diventare makers. Per assurdo – ha detto – gli strumenti necessari sono tutti là fuori, bisogna solo fare in modo di renderli disponibili. E il primo passo è proprio questo: portare i makerspace a scuola.

2 Responses to “Che cosa hanno detto i Makers alla Casa Bianca”

Leave a Reply

Lascia un tuo commento

  • (will not be published)