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La protesi low cost a base di bambù e stampa 3D

Quella dei makers sarà anche un nuova rivoluzione industriale, ma nel movimento c’è anche spazio per prodotti non strettamente convenzionali. Dopotutto, una stampante 3D può creare praticamente qualsiasi cosa. Così, a qualcuno è venuto in mente di utilizzarla per aiutare le persone che hanno perduto una gamba e vivono in paesi in via di sviluppo. Si chiama Low Cost Prosthesis (LCP) ed è un progetto che punta a migliorare la qualità della vita con appena 40 euro.

Dietro all’iniziativa ci sono l’istituto olandese di tecnologia sostenibile Waag Society ed il Fab Lab HONF di Giacarta, Indonesia. Tutto è iniziato nel 2011 quando lo spazio dedicato ai makers indonesiani prende vitao e dedice di imbarcarsi nel progetto ambizioso di costruire la protesi di una gamba. In quello stesso anno iniziano le prime sperimentazioni con materiali a basso costo facilmente reperibili sul posto.

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Il primo prototipo è in fase di realizzazione ad Amsterdam e coinvolge ortopedici, ingegneri biomedici e personale del Fab Lab HONF. L’obiettivo è quello di costruire una protesi formata da componenti a bassa tecnologia che possano essere riparati e sostituiti da chi la indossa. Per esempio, la sezione di tibia e perone è fatta di bambù: semplice, flessibile e leggero. Per le giunture, invece, sono utilizzati stampi 3D facilmente replicabili da chiunque abbia accesso a una fresa a controllo numerico (CNC).

In realtà, la scelta di materiali a basso costo come la plastica e le fibre vegetali non è legata solo alla disponibilità limitata di risorse economiche. Come evidenzia lo studio preliminare fatto da Waag Society, se la protesi è destinata a un bambino deve poter essere modificata con facilità ogni 6-12 mesi per adattarsi alla crescita. In questo modo, chi convive con la propria protesi impara a prendersi cura di essa giorno dopo giorno.

Un altro punto fondamentale del progetto LCP riguarda il trasferimento tecnologico. La protesi da 40 euro è stata disegnata ad Amsterdam, ma questo non significa che debba arrivare fisicamente a Giacarta a bordo di un aereo. La rivoluzione dei makers ci insegna che un progetto 3D può essere trasferito da un angolo all’altro del pianeta alla velocità della luce. Basta collegare il computer agli attrezzi giusti ed il gioco è fatto.

Condividere e trasmettere questo progetto con i paesi in via di sviluppo potrebbe essere un ottimo esempio di emancipazione tecnologica e culturale. Chi frequenterà un Fab Lab come quello di Giacarta potrà avere accesso a tutti gli strumenti e il know-how necessari per costruire una protesi, migliorarla e condividerne a sua volta il nuovo design.

È tutto fuorché una rivoluzione silenziosa.

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